Made in Woman 2021

MADE IN WOMAN
Racconti di viaggi, percorsi di vita

1° LABORATORIO
Sede Dance Gallery – Perugia
23 maggio
27-30 maggio 2021

Il progetto MADE IN WOMAN attraverso strumenti che attingono alla danza di comunità, alla foto-arte terapia, al canto e al video partecipato, intende promuovere percorsi di integrazione sociale e interculturale rivolti a donne, anche migranti e/o in condizioni di fragilità.

Tali strumenti che coinvolgono la persona nell’azione di creare, narrare, essere e registrare la propria presenza nel mondo, rendono possibile la risignificazione delle proprie esperienze di vita, sono un veicolo e uno strumento di espressione del sé e di trasformazione sociale.

PARTECIPAZIONE GRATUITA
Numero max partecipanti: 15

Info ed iscrizioni entro lunedì 17 maggio
ASS. CULT. DANCE GALLERY
Tel 338 2345901 – info@dancegallery.it

Illustrazione : Giada Fuccelli

Clicca sul bottone e compila la scheda di iscrizione

MADE IN WOMAN intende offrire uno spazio protetto che permetta l’esperienza della condivisione dei pensieri e delle emozioni, di rendere più sensibili ed acute le percezioni, di potenziare l’esercizio dell’immaginario per riappropriarsi del proprio “progetto di vita”.

Il percorso termina con una creazione collettiva di un racconto di immagini e movimento ottenuto dall’incrocio delle singole storie.

SEDE DEL LABORATORIO:
DANCE GALLERY Viale Roma 15 – Complesso S. ANNA
Parcheggio interno gratuito

Il laboratorio è guidato da Rita Petrone per la sezione movimento, Antonello Turchetti per la sezione foto-arte terapia, Costanza Amici per la sezione voce e Gilles Dubroca per la creazione dei materiali video.

CALENDARIO:
domenica 23 maggio ore 10 – 13.30 e 15 – 18
giovedì 27 maggio ore 18.30 – 21.30
venerdì 28 maggio 18.30 – 21.30
sabato 29 maggio 10-13.30 e 15 – 18
domenica 30 maggio 10-13.30 e 15 – 18
ore 19 ripresa video della creazione collettiva

***Il laboratorio si attua seguendo i protocolli Covid vigenti ***

IL PROGETTO

Le parole “emigrazione”, “migrante”, “immigrato” racchiudono realtà esistenziali spesso segnate da eventi fortemente traumatici. Si emigra per ragioni economiche, si fugge da Paesi in guerra, da luoghi in cui la realtà sociale è attraversata dalla violenza e dalla violazione dei diritti umani. Spesso il migrante è testimone diretto di uccisioni, abusi fisici e psicologici.

Ogni migrazione è segnata da passaggi dolorosi: il distacco, il viaggio, l’arrivo e l’inserimento in una realtà nuova e sconosciuta non sempre accogliente e priva di pregiudizi.

Le sofferenze emotive delle persone che vivono l’esperienza migratoria sono poco pensate e riconosciute; in primo luogo perché sono nascoste dai problemi concreti della vita quotidiana: la casa, il lavoro, i permessi di soggiorno, i soldi, ma ancor più perché sono escluse dalla comunicazione: non c’è la lingua condivisa dei pensieri e delle emozioni. Le difficoltà emotive e sociali che vengono vissute possono originare danni gravosi sull’identità individuale. Chi parte deve far fronte sempre a paure primarie di separazione, di abbandono e di incontro con lo sconosciuto. La problematica del migrante è quella di essere sospeso tra due mondi, vive in una doppia assenza: del proprio luogo e del nuovo. E c’è il silenzio, fatto di non comprendere la lingua, di non potersi esprimere, di una difficile risonanza emotiva.

Talvolta, però, la migrazione non è geografica, ma rappresenta lo scollamento dalla propria vita abituale, dalle proprie certezze ed abitudini a causa di soprusi, violenze, traumi, tali da determinare condizioni di estrema fragilità.

Quanto più la realtà interna del soggetto è minata nella possibilità di elaborazione di questa area del lutto, del dolore e della separazione, tanto più potranno sorgere sofferenze psichiche. Secondo i dati Istat infatti 6 milioni 788 mila donne hanno subito nel corso della propria vita una qualche forma di violenza. Di queste: il 20,2% (4 milioni 353 mila) ha subìto violenza fisica, il 21% (4 milioni 520 mila) ha subìto violenza sessuale il 5,4% (1 milione 157 mila) ha subìto le forme più gravi della violenza sessuale come lo stupro (652 mila) e il tentato stupro (746 mila).

Il progetto MADE IN WOMAN attraverso strumenti che attingono alla danza di comunità, alla foto-arte terapia, al canto e al video partecipato, intende promuovere percorsi di integrazione sociale e interculturale rivolti a donne migranti e a soggetti in condizioni di fragilità. Tali strumenti che coinvolgono la persona nell’azione di creare, narrare, essere e registrare la propria presenza nel mondo, rendono possibile la risignificazione delle proprie esperienze di vita, sono un veicolo e uno strumento di espressione del sé e di trasformazione sociale. Un laboratorio in cui memoria e immaginazione si incontrano creando ponti tra il passato e il futuro per un nuovo racconto del presente.

Made in woman intende offrire uno spazio protetto che permetta l’esperienza della condivisione dei pensieri e delle emozioni, di rendere più sensibili ed acute le percezioni, di potenziare l’esercizio dell’immaginario, così che ne possa scaturire una più ricca comprensione di sé, dell’altro e delle relazioni per riappropriarsi del proprio “progetto di vita”. Uno sguardo concreto sui propri obiettivi, sulle proprie aspettative, sul proprio futuro.

La memoria affettiva, la certezza dei propri ricordi e delle proprie origini, costituiscono quegli elementi di forza che permettono di sopravvivere anche a eventi catastrofici. Le immagini, i canti, le speranze, i progetti, i desideri custoditi dentro la propria mente non potranno essere strappati via da nessuna tempesta e da nessun pirata, trafficante, aguzzino, carceriere o maltrattante. I ricordi, la memoria di sé stessi, delle persone e dei luoghi amati sono per sempre, anche se non si dovesse mai far ritorno a casa. Perché “casa” è dove c’è vita, memoria, amore. E quale ruolo gioca, dunque, la memoria nella vita delle donne migranti e non? Le adulte e le adolescenti sono depositarie di quella familiare e culturale del proprio Paese e mediatrici attive o silenziose rispetto alla cultura di quello che le ospita. La ricettività attiva di cui sono capaci permette loro di comprendere più facilmente, intuitivamente, il contesto culturale in cui si muovono nei Paesi accettanti. E, proprio perché custodi dell’identità personale e familiare, possono favorire il processo di integrazione anche i loro figli: chi ha un’identità certa, più facilmente apprende una nuova lingua, si abitua a nuovi ambienti, osa assaporare nuovi cibi, è incuriosito da abitudini e usanze di un paese diverso. Chi sa chi è non ha paura di confrontarsi o di “confondersi” con l’altro ma anzi può essere attratto, stimolato, può promuovere messaggi di solidarietà e sorellanza, ma anche di forza e riconoscimento reciproco, motivazioni fondamentali per acquisire la forza necessaria a iniziare un nuovo “viaggio”, un nuovo percorso di vita.

Sono proprio queste persone “ai margini” che possono fornirci nuovi punti di vista sulla realtà; in un momento storico caratterizzato da importanti flussi migratori, e un incalzarsi della violenza domestica e dei femminicidi, questo è un punto di partenza per generare e diffondere una nuova cultura di convivenza e attivare percorsi di riflessione e cambiamento.

Così come ogni migrante attraversa molte frontiere nel suo viaggio, quelle geografiche, sociali, politiche, culturali, linguistiche, così il progetto “Made in Woman” attraversa più linguaggi (fotografia, arte terapia, fotografia terapeutica, video partecipativo, danza di comunità, canto) per avvicinarsi a tale complessità.

I linguaggi espressivi rappresentano un valido mezzo attraverso cui, chi ha vissuto esperienze drammatiche, è in grado di esternare i propri traumi anche senza l’uso delle parole. Non è solo una questione di lingua: molte volte, infatti, è difficile raccontare, ricordare e rivivere le situazioni più dolorose, e l’arte con le sue mille forme si trasforma in un’alternativa efficace e rigenerativa.

Tramandare i propri ricordi ed ascoltare quelli degli altri, è un rituale da sempre presente in tutte le civiltà. La narrazione rende possibile lo scambio comunicativo fondamentale per l’instaurarsi delle relazioni umane e della socialità ed inoltre il parlare di sé e delle proprie esperienze di vita rende possibile il rituale introspettivo dell’accorgersi di aver vissuto creando un nesso temporale tra presente-passato e presente-futuro: il ricordo ha dei confini ben delineati, il futuro è un progetto da realizzare.

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